Chiudi gli occhi, aprili dentro.

Chiudi gli occhi, aprili dentro.

Questo è dedicato a voi, voi che non avete tempo di viaggiare, voi che vorreste farlo ma qualcosa dentro vi ferma.

Vi presento la mia nuova “rubrica” di viaggi nello spaziotempo.

Ogni cosa è frutto della mia fantasia e della mia mano che scrive… o forse no.

Il mio intento è quello di far viaggiare il lettore con l’anima, facendogli vivere ogni sensazione attraverso la mia scrittura. Per questo consiglio di ascoltare sempre la musica adatta mentre si legge qualcosa di questo tipo: io, per esempio, ho usato Yann Tiersen (soprattutto Tempelhof) come colonna sonora a tutto questo viaggio.

L’idea mi è venuta grazie a un sogno fatto qualche notte fa, un sogno che il cuore mi ha detto fosse situato in Italia, in un paesino di montagna.

E’ estate, e lo sento dal sole caldo che mi riscalda dolcemente il viso, nonostante percepisca l’umidità del muschio ancora bagnato di rugiada sotto il palmo delle mani. Il primo sole della giornata mi sta dando il buongiorno, e ricambio, con la voce della mente.

Sono seduta sul muretto di pietra della casa presa in affitto per quella vacanza, non so dire quanto starò lì, e non importa, perchè penso solo a godermi tutte le esperienze che il vento mi porta.

Indosso dei jeans un po’ rovinati, con il lembo arrotolato distrattamente per sentire le goccioline d’acqua che mi bagnano la pelle delle caviglie quando corro la mattina presto, tra il prato verde-giallo dell’estate.

Sopra, una maglietta color ocra, larga e vecchia trovata chissà dove in chissà quale cassetto di legno, una maglia che è stupenda sia per la semplicità, sia per il fatto mi permetta di coricarmi in mezzo alle piante di vite senza paura di sporcarla di dolce uva nera.

Ai piedi tengo un paio di converse nere, alte e scollate, con i lacci che penzolano per terra e si sporcano ogni volta che mi ritrovo in mezzo alla natura.

Tengo i capelli sciolti sulle spalle finchè il fresco del mattino mi accompagna, penso li legherò tra qualche ora, con il mio fedele elastico da polso.

Faccio un profondo respiro e, in quei lunghi secondi, mi accorgo di accogliere dentro i miei polmoni un’aria piena di freschezza e felicità, di quelle dolci, cariche di profumo di prato appena tagliato, odore di terra umida, corteccia e amore puro.

Alzo il mento verso l’alto, chiudo gli occhi e mi ritrovo ad osservare da dietro le mie palpebre, quelle macchie rosse e nere, calde quando le foglie sopra di te, muovendosi, lasciano filtrare la luce e ti donano una carezza, più scure quando rientra l’ombra.

Sento dei cinguettii, e sempre ad occhi chiusi provo a distinguerli: sono gli stessi ogni giorno e cerco di immaginarmi che cosa vogliano dire. Uno è composto da versi piccoli e mononota, un altro invece, suona quasi una melodia. Ricordo che mia zia mi diceva sempre le sembrasse di sentire i motivetti delle canzoni più famose mai sentite, composte dagli uccellini fuori dalla sua finestra.

Il sole inizia a darmi la sensazione del viso raggrinzito, e per quanto sia piacevole, decido di cambiare metodo di utilizzo del mio tempo.

Corro dentro la fresca ed ampia casa per recuperare la mia macchina fotografica. Cercando di non svegliare nessuno e ringraziando il cielo di essermi ricordata di caricare la batteria durante la notte, esco con il sorriso sulle labbra e un paio di occhiali da sole RayBan affondati nel collo della maglia.

Uscita mi lego i capelli, non per il caldo come avevo previsto, ma perchè il venticello li porta davanti al mirino mentre cerco di scattare.

Scendo di corsa dai gradini in pietra ancora umidi e verdi dal muschio, sentendo la gomma delle scarpe che scivola ogni tre passi, e arrivo nel vasto campo verde, rigurgitante di tanti piccoli fiori gialli e rossi.

Mi fisso come obbiettivo un grande e antico albero di Quercia. Impugnando con una mano la camera e tenendo gli occhiali da sole fermi con l’altra, inizio a correre a denti scoperti dalla felicità, finchè non mi ritrovo in compagnia del Golden Retriever dei proprietari di casa che mi insegue, e mi fa piombare al suolo dal ridere.

Non posso che essere felice in un posto del genere con un compagno così.

Arranco per qualche metro ancora, camminando con le ginocchia, macchiandomi i jeans di quelle striscioline verdi che avevo sempre da bambina sui pantaloni.

Arrivo al grande albero e mi appoggio con la schiena, con ancora un po’ di fiatone. Invito il mio amico a coricarsi all’ombra con me battendo la mano per terra, e rimpiango di non aver portato dietro il libro che sto leggendo al momento.

Accendo la macchina e scatto qualche foto al cane, mentre la luce filtra attraverso il pelo chiaro delle sue orecchie.

Apre le fauci da cane per sbadigliare e mi contagia il gesto (ho sbadigliato anche scrivendo). Sono circa le nove del mattino, chiudo gli occhi una sola volta e riaprendoli una volta ancora, sento un suono che viaggia tra le fronde degli alberi con una chiarezza soave e precisa: è già l’ora di pranzo, la campanella della casa ci richiama a sé, è ora di rientrare.

Fischio con molta nonchalance e sento di riverbero il trotto del cane che mi viene incontro. Non so dove sia stato durante la mia siesta, ma lo immagino rotolarsi in una distesa di fiori, visto che ne è cosparso in tutto il pelo.

Passeggiamo insieme, alzando bene le gambe nei tratti di erba più alta, finchè facendo il giro della casa, ci troviamo sul giardino sul retro.

Abbraccio e do il “mornin’ guys” alla decina di persone in trepidazione per il pranzo.

Si sente un mormorio di voci, lingue e discorsi differenti, e per me, è il suono più bello del mondo.

Siamo tre italiani, un finlandese, una francese, uno spagnolo con il suo ragazzo, una messicana e un inglese. No, non è l’inizio di una barzelletta…

Oltre a noi ci sono i proprietari del maestoso casolare: una coppia di anziani sull’ottantina, che sembra si ami ancora all’impazzata. Si uniscono solitamente a noi durante i fine settimana… Parliamo tutti l’inglese con i diversi accenti, e loro riescono a capirci tutte le volte nonostante non spiccichino una parola al di fuori dell’italiano e del loro dialetto stretto.

Come ogni giorno facciamo a turno per cucinare, ed oggi è toccato alla ragazza messicana, Luz, con cui sto stringendo un rapporto stupendo. Lei è come il suo nome, una persona solare e dolce, che quando entra in una stanza la illumina. Mi ricorda molto la marionetta che mi aveva regalato un parente dal Messico: due lunghe trecce nere e il sorriso stampato in faccia. E poi come non amare chi ti prepara le quesadillas fatte in casa?

Siamo seduti a fine pranzo a chiacchierare, l’odore di caffè ci invade le narici, un misto con le spezie messicane ancora a disposizione sulla grande tavolata.

Osservo la situazione di pacchia su delle fresche sediette bianche in metallo, ficcate alla ben e meglio sul prato, con i piedi nudi ad assorbire l’umido del praticello. Ho letto un libro che dice che le persone come noi, seduti intorno a questo tavolo, sono nate con l’erba che cresce sotto i piedi, poichè veniamo solleticati e saltiamo da un posto all’altro del mondo senza mai riuscire a stare fermi.

Penso a questo mentre un bacio sulla fronte mette in stand-by le mie nuvolette mentali.

Quanto amo i baci sulla fronte, mi fanno sentire a casa!

Ovviamente ne riconosco le labbra e inarco il collo all’indietro per averne golosamente uno in più. Sorrido e apro gli occhi, venendo accolta a mia volta da un altro sorriso.

Fumano quasi tutti qui, noi no, ma, quando ci passano la sigaretta, accettiamo di condividere, come in un rituale, e tutto diventa magico tra l’odore di tabacco, le zanzare, le lanterne, le risate e gli scatti indelebili che mi ricorderanno queste serate felici.

Finlandia propone un bagno nella gola, che mi ricorda tanto la Restonica in Corsica, con una pace dei sensi da mozzare il fiato. Ci alziamo da tavola e ognuno va nella sua camera a cambiarsi. L’odore del legno di questa casa è quasi buono quanto quello dei fiammiferi appena spenti.

In venti minuti ci stiamo già incamminando con il costume indossato e l’asciugamano in spalla, scommettendo su chi si sarebbe tuffato prima nelle acque ghiacciate. Siamo arrivati e ci siamo accorti che nessuno ha il coraggio, quindi “questa volta lo facciamo tutti insieme, mano nella mano”. Uno alla volta, iniziamo a fare il conto alla rovescia, ognuno nella propria lingua: Dieci, neuf, eight, seitsemän, sei, cinco, cuatro, THREE, TWO, ONE…

La sensazione dell’acqua fredda sulla mia pelle mi sveglia: è di nuovo mattina e sono in un altro posto nel mondo.