Parigi all’improvviso

Parigi all’improvviso

Era una calda settimana di Luglio, in cui ero completamente stravolta dal lavoro. Facevo la cameriera a pranzo e a cena in un ristorante vista mare per guadagnarmi il tanto per sostituire la mia vecchia e fedele Canon con una nuova fotocamera più moderna, che mi avrebbe permesso di catturare i momenti più belli dei miei viaggi.

Avevo un solo giorno libero a settimana, e sempre di lunedì, dopo i soliti weekend di fuoco.

Ogni giorno passavo i momenti più vuoti a guardare il mare e a pensare a cosa avrei potuto organizzare per usare il mio unico momento di pausa al meglio, fare qualcosa di soddisfacente che mi ricaricasse in vista di un’altra settimana a trottare tra un tavolo di inglesi ed uno di spagnoli.

Avevo iniziato già da metà settimana a proporre alla mia cerchia di amici di fare qualcosa di speciale per non sprecare neanche un respiro di libertà: purtroppo per me, erano già tutti impegnati. Qualcuno di loro era libero per un’oretta o due, per un bagno veloce in spiaggia toccata e fuga, ma a me non sarebbe bastato: dovevo tornare a casa la notte stanca e felice di aver fatto qualcosa di diverso da tenere i piatti in equilibrio sul braccio e buttare gli avanzi dei satolli turisti nel cestino.

Allora decisi di lanciarmi tra le braccia di un animo più avventuroso, Angelo, con cui avevo da poco stretto un bel rapporto. In qualche minuto decidemmo di passare il mio giorno di pausa in gommone, magari partendo da una di quelle calette stupende della Sardegna nei paraggi di Cala Gonone, uno dei miei posti del cuore.

I giorni che seguirono passarono in fretta, servivo da bere ai clienti e nel versare l’acqua nel bicchiere, riuscivo a vedere solo il mare cristallino in cui mi sarei tuffata.

Ma il mio entusiasmo venne smorzato come niente: il vento non era dalla mia parte.

Il ragazzo che ci avrebbe dovuto affittare il gommone ci scrisse le sue scuse per messaggio, informandoci che non sarebbe stato possibile noleggiarlo per quella giornata a causa del vento sfavorevole.

Passai il fine settimana un po’ giù, ma comunque motivata ad andare da sola almeno al mare, pur di non sprecare tempo prezioso.

Fu una domenica molto pesante, più per il fatto di non avere aspettative per il giorno dopo che per il lavoro per cui ormai, bene o male, mi ero abituata.

Quando i clienti andarono via, noi colleghi ci ritrovammo verso l’una meno dieci di notte, ancora con il viso umido di sudore, dentro l’office, a discutere sui turni: qualcuno voleva scambiarlo con il mio, e io subito vidi una luce di speranza… magari perché no, nel giorno di sostituzione ci sarebbe stato tempo favorevole per uscire in gommone, o come minimo i miei amici sarebbero stati liberi.

Ma ecco che di nuovo i miei piani furono stravolti. Stavo proprio per accettare lo scambio, quando un messaggio illuminò lo schermo del mio cellulare, e annullai subito il cambio turno. Il diretto interessato sbuffò, e ci tenne a capire per quale motivo avessi cambiato idea così velocemente.

Quella sera lessi un messaggio che mi lasciò senza parole. Angelo mi scrisse di aver prenotato due biglietti per Parigi per il giorno dopo… anzi per il giorno stesso. Gli chiesi la cifra spesa, ma la verità è che la mia metà l’avrei pagata comunque qualunque cifra pur di allontanarmi dalla monotonia della settimana lavorativa.

In realtà il pomeriggio stesso discutemmo così, in modo giocoso, sul fatto di andare da qualche parte e tornare il giorno stesso… ma pensavo scherzassimo.

La verità è che Parigi non mi ha mai ispirato molto, ma al 100% ora posso dire con sincerità, che era una sensazione del tutto sbagliata.

Partimmo dopo pranzo, con solamente uno zaino in spalla e le fotocamere, per arrivare nella romantica città francese verso le cinque del pomeriggio.

Facemmo subito il check-in nell’alberghetto, un po’ mal messo e senza maniglia nella porta del bagno, ma con la bellissima vista su uno scorcio di Tour Eiffel.

Uscimmo e passeggiammo un po’ per le vie, diretti verso la torre, finchè non ce la ritrovammo davanti senza che potessimo esserne pronti. Immensa, nel modo in cui, nonostante abbia il cuore metallico, faccia felici migliaia di persone che vi stanno coricate ai suoi piedi sul prato, a bere un bicchiere di vino e a farsi scaldare il viso dal sole, in quel caso estivo.

Affrettati dal calar del sole e dal bisogno di scattare le migliori foto possibili, prendemmo due biciclette con l’app mobike e inseguimmo letteralmente il tramonto.

Fu bellissimo girare per Parigi, arrivare in cima alle strade in salita con il fiatone e il sorriso fino alle orecchie per scattare fotografie direttamente dalla sella della bicicletta.

Con l’atmosfera magica della Blue Hour, decidemmo di sederci proprio davanti alla torre, mettere via le macchine fotografiche e solo… goderci il momento.

All’imbrunire, la torre è riuscita ad affascinarci ulteriormente, con il suo scintillio di stelle che ti fanno brillare gli occhi e anche un po’ il cuore.

Stemmo lì in silenzio, seduti vicini con le gambe a penzoloni, e personalmente, in quel momento non avrei potuto desiderare di più.

Ripensai a tutto: la facilità in cui si può cambiare una situazione, la capacità che abbiamo noi umani di poterci spostare per il mondo come ci si sposta dalla camera da letto al bagno… lo stupore dei miei colleghi nel momento in cui ho annunciato di dover fare un salto in Francia per una decina di ore.

In quel momento ho realizzato che la vita è davvero una cosa incantevole, se la sai sfruttare al modo giusto.

Quando le luci smisero di brillare, l’incantesimo si spezzò, e tornai con i piedi per terra. Ma il sogno a quanto pare non era finito, ero ancora là, questa volta davanti ad un chioschetto in cui vendevano le crêpes. Ne acquistammo due con le banane e la nutella e ci dirigemmo verso Montmartre, sperando di trovare ancora gli artisti di strada, che purtroppo per noi, si erano già dileguati. Erano già le undici di notte, non potevamo pretendere di vedere tutto in qualche ora.

Ci facemmo un giro intorno al quartiere, e mentre camminavo, pensavo al fatto che probabilmente, il sapore di crêpes nutella e banana, sarebbe stato per sempre il sapore di Parigi.

Si fece tardi, e decidemmo di incamminarci verso l’alberghetto, così da risparmiare sul taxi e con la scusa, continuare ad ammirare l’architettura parigina in stile aristogatti.

Le strade, pian piano che camminavamo, si facevano sempre più luminose, ma non certo per l’alba, quanto per le luci al neon… Luci che rappresentavano parti del corpo non troppo sobrie. Alzando lo sguardo ci accorgemmo di trovarci nel famoso quartiere a luci rosse di Pigalle, proprio grazie al movimento delle giganti pale del Moulin Rouge. Inconsapevolmente avevamo visto (sì, solo dall’esterno) una delle più famose attrazioni di Parigi.

Arrivati in albergo riuscii a riposarmi un’oretta mentre Angelo sistemava le sue cose, e verso le 4 del mattino, chiamammo un taxi e ci dirigemmo verso l’aeroporto.

Il giorno dopo entrai a lavoro stanca morta, ma avrei rifatto tutto altre cento volte. E’ stata un’esperienza straordinaria, una di quelle che hai piacere di raccontare all’infinito per riderci sù ancora e ancora, per soffermarti a pensare a quanto possa essere pazza e meravigliosa un’ordinaria giornata di Luglio.

Ovviamente non c’è bisogno che lo dica, ma in caso non l’abbiate capito, Parigi è di nuovo nella lista delle nostre mete, e magari perchè no, la prossima volta ci fermeremo per più di una manciata di ore.

Alla prossima🌍🌻